L'applicazione della pietra serena nelle fornici dell'Alta Velocità a Firenzuola
Intervista all' arch. Fabrizio Rossi Prodi, di Valentina Valente
"La pietra è un fondamento del nostro operare, anche su un piano metaforico, addirittura religioso. Tutti noi vorremmo costruire in pietra e per l'eternità, come quando "le cattedrali erano bianche".
La pietra è non solo un modo per rendere pesanti le opere, ma soprattutto per radicarle, sia sul piano fisico e naturale che ideale."

Il tema dei fornici delle gallerie in area montana è al centro dell'importante progetto dello studio Rossi Prodi di Firenze nelle occasioni offerte dalle opere per l'Alta Velocità ferroviaria.
Abbiamo incontrato l'arch. Fabrizio Rossi Prodi e gli abbiamo rivolto alcune domande su questa interessante realizzazione in cui la pietra serena ha un ruolo da protagonista.
1- Un progetto che esprime alta tecnologia ma che, allo stesso tempo è immerso in un contesto naturale dal quale non può prescindere. Quali sono i principali motivi che hanno portato alla scelta dell'applicazione lapidea in questo progetto?
Ho l'abitudine di vagare intorno all'area di progetto, per carpirne i segreti. Di solito sorgono nei luoghi circostanti, esistono già, basta riconoscerli. E' solo che non sappiamo vederli. Occorre un occhio interno per scovarli, una sorta di adesione empatica e morbosa con le forme della natura e del costruito. Si svolge allora una specie di duello silenzioso, di sfida reciproca, fra soggetto e ambiente, ciascuno è attratto e al contempo sfugge alle determinazioni e alle delimitazioni dell'altro, finché la coscienza coglie il punto critico, ri-conosce qualcosa che sembra di aver sempre saputo. Ecco il tema. Ma anche il tema si presenta confuso, va sfrondato da quanto è accessorio, va ridotto all'essenziale, per poterlo mostrare alla vista di chi abiterà quel luogo. Se la fase di scoperta è un gratificante momento di esplorazione e di improvvise accelerazioni, che ha il dono della emancipazione della coscienza, la successiva fase di semplificazione e chiarimento è un processo doloroso di rigore e disciplina, di rinunce, di perdite. Forse è la Lampada del Sacrificio, di cui parlava Ruskin, a illuminare questo momento del progetto.
La verità sta tutta qua. Ho osservato le valli e i dirupi, ho visto che l'erosione naturale e le esibite stratificazioni litiche, compiute dai corsi d'acqua rappresentavano un processo naturale di millenni, che l'azione dell'uomo replicava forzatamente in pochi mesi. Ho pensato che occorresse un risarcimento per queste povere valli violate dall'Alta Velocità, ho pensato che consistesse nel raccontare ancora una volta l'incontro dell'uomo con il paesaggio, un prendersi cura delle ferite che mostrasse i processi geologici improvvisamente alterati, la sostanza del paesaggio circostante, quella azione secolare dell'uomo volta a sorreggere la terra contro il dilavare degli elementi naturali e della gravità; il tutto attraverso il suo fondamento: la materia cavata in questa regione, ovvero i banchi di pietra serena, una materia naturale e artificiale al tempo stesso.
Però a un certo punto ho cominciato a sospettare che tutte queste ragioni un po' letterarie fossero un po' una mia deformazione culturale, una consuetudine accademica; così è ricominciata una fase di studio sospettoso, questa volta non fra me e i luoghi, ma fra me e il progetto e le sue forme, che si è protratto, finché non ho riconosciuto in quelle forme un altro valore, più vivificante, più adeguato alle condizioni della comunicazione simultanea fisica o digitale, in cui siamo immersi. In realtà amo ricercare espressioni della cultura popolare, immagini consumate ed evidenti, che possano cortocircuitare le altre immagini un po' sofisticate di forme sapienti che strutturano i miei progetti e cercare così di colpire l'immaginazione ormai corrotta dalla civiltà delle comunicazioni contemporanee. Così ho ravvisato dei flussi, intermittenti, forse stringhe di messaggi o magari convogli ferroviari, animati da un salto di scala fra la realtà vera di una parete di pietra serena solcata da strisce interrotte di pietra bianca e un virtuale plastico di trenini o di modelli di controllo dei vettori, creando un'ambiguità di senso fra le forme del paesaggio storico e quelle attuali del trasferimento di informazioni ed esperienze, un'ambiguità utile a creare uno spazio in cui interrogarsi su questi temi, perché lì sta - secondo me - il valore dell'opera.

2- Può descrivere sinteticamente gli aspetti tecnico-costruttivi dell'intervento con particolare riferimento all'utilizzo del rivestimento lapideo?
Il progetto prevedeva ridottissime modifiche geometriche ai muri contro terra e alla galleria artificiale in cemento armato già realizzati, la pulitura attraverso raschiatura di tutte le superfici in c.a. e la posa in opera di un paramento lapideo in pietra serena di Firenzuola con lunghi inserti in pietra bianca, ben visibili anche da lontano.
I conci in pietra serena di 8 cm di spessore hanno le seguenti dimensioni, 15 in altezza per 80, 50 ,20 in larghezza o 25 per 50,40,20, le pietre chiare hanno le seguenti dimensioni 25 in altezza per 50,40,20. Le lastre in pietra serena sono rifinite per il 50% filo sega e per il restante sono fiammate, montate in lunghi filari a correre in modo da differenziarsi con la variabile incidenza del sole durante la giornata in modo sempre diverso. Una percentuale del 30 % è stata bisellata superiormente in modo da creare nel paramento delle lunghe fughe orizzontali che interrompono la continuità superficiale. Le pietre chiare sono rifinite filo sega e sono tutte senza bisellatura.
La composizione cromatica, superficiale e l'inserimento quasi casuale delle fughe fa in modo che il paramento presenti sempre variazioni cromatiche e geometriche a qualsiasi distanza lo si guardi e con il sole in qualsiasi posizione.
La maggior parte dei muri contro terra presenta una inclinazione sulla faccia esterna di circa 1 su 10, il paramento è stato comunque posato anche sulle pareti verticali, o quasi, della galleria artificiale e del manufatto in c.a. che funge da strada di accesso al piazzale e da alloggiamento per alcuni apparati di sicurezza della linea. Il paramento murario deve poter resistere oltre ai normali agenti atmosferici anche alle sollecitazioni date dal passaggio dei treni ad alta velocità.
Il paramento verticale è incollato sulla parete in c.a. con speciale colla fornita dalla Mapei, una particolare attenzione è stata posta in fase di progettazione alla prevenzione di infiltrazioni d'acqua dall'alto con il posizionamento di copertine in pietra serena dotate di gocciolatoio. Le lastre sono state incollate solo sulla faccia posteriore e i giunti tra le pietre sono stati stuccati con un particolare silicone della Mapei (fornito nei due colori delle pietre) che mantiene ottime proprietà elastiche nel tempo e in presenza di elevati sbalzi nelle temperature sia stagionalmente che nel ciclo notte-giorno. Ogni concio è stato ulteriormente fissato alla parete in c.a. tramite zanca ad L in acciaio inox con incollaggio chimico sul concio stesso e sul muro in c.a.
I numerosi barbacani attivi presenti nei muri contro terra sono stati prolungati e raccordati con il paramento murario tramite conci speciali forati, e piccolo gocciolatoio aggettante per minimizzare le sbavature sottostanti.
3- Ingegneria e architettura dialogano in questo progetto e la pietra sembra essere un ottimo punto di incontro tra le due discipline…è una visione corretta?
E' questione stucchevole, la contrapposizione fra architettura e ingegneria, che i nostri maestri hanno voluto lasciarci. Non mi interessa. Ammetto invece di essere affascinato dalle ragioni dell'ingegneria o della Scienza, quando vedo persone di genio affrontare, per esempio, il progetto di una struttura e ricercarvi il massimo della necessità, della logica e la bellezza del vero, come diceva Sant'Agostino. All'opposto sono indignato quando vedo uno spreco di materia solo per discutibili ragioni narrative. Architettura e tecnica si alimentano vicendevolmente, nessuna delle due è autonoma, sono entrambe strutture narrative indirizzate da un sistema di valori e di obiettivi civili e culturali, che le comunità si danno nel tempo, valori che dobbiamo sforzarci di aver ben chiari. Entrambe sono funzionali all'opera, che è sintesi umanistica, e tassello di un più ampio disegno, ovvero la composizione del paesaggio dell'uomo.
La pietra è un fondamento del nostro operare, anche su un piano metaforico, addirittura religioso. Tutti noi vorremmo costruire in pietra e per l'eternità, come quando "le cattedrali erano bianche". La pietra è non solo un modo per rendere pesanti le opere, ma soprattutto per radicarle, sia sul piano fisico e naturale che ideale. Inversamente, noi ci troviamo avvolti in un mondo di oggetti, sradicati, di prodotti artificiali, di plastiche, di lamiere, di immagini illusorie e di materie evanescenti e trasparenti, di stasi sostituite dalla velocità degli spostamenti. È proprio dei procedimenti più recenti dell'arte costruire, con materie pesanti e tradizionali e procedimenti molto elaborati e tecnicamente sofisticati e complessi, immagini di oggetti di consumo quotidiano o di comunicazione forzatamente banale. È un procedimento che ho seguito anche in questo rivestimento lapideo, proprio per suscitare una riflessione sui processi di produzione del valore delle immagini, sul prevalere della tecnica sulla realtà e sulla felicità degli uomini.

Intervista di Valentina Valente
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