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01.12.2009 | Interviste

La Pietra Serena diventa tendaggio. Lo stand IL CASONE a Marmomacc.


Intervista all'architetto Francesco Steccanella

Può la pietra diventare tendaggio? Quali sono le applicazioni nuove, e un tempo impensate, dei materiali lapidei,  rese possibili oggi dalle nuove tecnologie?
Secondo Francesco Steccanella, il giovane architetto che quest'anno ha progettato lo stand IL CASONE a Marmomacc, si può anche giocare in modo creativo, coinvolgendo diversi sensi e dando vita ad un progetto molto meno materico. In questa intervista ci spiega come è nata l'idea del  tendaggio in pietra, con cui ha dimostrato che con i materiali lapidei non si fanno solo rivestimenti di facciata e pavimentazioni.


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Vista la sua articolazione e la distribuzione degli spazi, lo stand progettato per IL CASONE è qualcosa di più di un semplice spazio espositivo. Come lo definiresti?
È un oggetto architettonico, perché come in tutti gli spazi, la planimetria risponde a delle esigenze funzionali ben precise. Il Casone aveva bisogno di spazi operativi, di servizio, di esposizione, quindi era necessario un programma  tipico di qualsiasi progetto architettonico. Lo stand è dunque un oggetto architettonico, ci sono dei percorsi di ingresso, percorsi  esterni, e quindi come in un qualsiasi progetto ogni lato si rapporta in modo differente con il contesto. Il corridoio centrale, ad esempio, è più importante di quello retrostante; qui le pareti si “frammentano”, diventano quasi trasparenti, dando la percezione di quello che potrebbe esserci dietro di esse proprio per imprimere il desiderio di oltrepassare quei frammenti murari per capire cosa si nasconda lì dietro; al contrario, nella parte frontale si ha la percezione dell'intero padiglione (e si leggono i relativi percorsi) dei suoi percorsi, della sua articolazione e degli spazi. Oggetto architettonico, quindi, perché è un elemento che deve assolvere a diverse funzioni, al contrario dell'oggetto di design, che di solito assolve ad una funzione. Diciamo che è stato un po' come progettare un monolocale.

In questa attività progettuale, come si è sviluppato il confronto con la committenza?

Non c'è stato confronto, nel senso che loro mi hanno presentato le loro esigenze di spazio e di esposizione e poi ho elaborato il progetto, che è stato subito ben accolto. Devo sottolineare che ritengo che fra me e il team dell'azienda Il Casone ci sia una reciproca stima e fiducia, senza contare che sono persone di notevole acume intellettuale e capacità prospettica.

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Come è nata l'idea?
L'idea è nata un po' come un gioco. Sono partito innanzitutto dai tendaggi di pietra, materiale che conosco molto bene. Il tendaggio nasce come gioco, in rapporto al tema ibrido flessibile, suggerito quest'anno da Marmomacc. L'ibridazione è stata interpretata da molti come ibridazione tra materiali. Io invece ho cercato di far diventare la pietra un'altra cosa, suggerendo un'applicazione nuova o quantomeno anomala. Appunto, la pietra che diventa tendaggio. Le tecnologie ci permettono oggi di fare quello che vogliamo. Così ho provato ad appendere la pietra facendone un tendaggio. E' stata un po' una violenza fatta al materiale lapideo, ma secondo me ha giovato, dimostrando che con la pietra non si fanno solo rivestimenti di facciata e pavimentazioni, ma si può anche giocare in modo creativo, coinvolgendo dei sensi diversi e dando vita ad un progetto molto meno materico.
Le pareti policrome e “velate” sono state poi il supporto necessario a dividere lo spazio e soprattutto a creare una quinta scenica che contenesse i tendaggi stessi. Anche loro nate da una immagine avuta presso l'azienda, di fronte ad un ammasso di sfridi di lavorazione.

Al di là dell'impiego innovativo della pietra, che diventa tendaggio, c'è anche un altro aspetto, insolito per uno stand, che riguarda l'impiego di materiali di scarto. Possiamo dire che sia l'anima sostenibile di questo progetto?
Nello stabilimento di produzione mi sono trovato davanti ad una quantità incredibile di scarti. Mi si è risvegliato, in effetti, anche un sentimento  di sostenibilità. A Marmomacc di solito si espone la lastra migliore; qui siamo di fronte a scarti. L'azienda Il Casone è soddisfatta e ha condiviso pienamente questa scelta anomala ma innovativa, perché li ho “liberati” da tantissimi scarti che, come si nota a prodotto finito, non hanno minor valore delle lastre accuratamente selezionate. Ho prodotto una parete policroma, sempre nel tentativo di compiere un atto di reinterpretazione; in questo caso il muro perde la consueta solidità per diventare quasi trasparente. (Così è nata la quinta scenica che fa da sfondo ai tendaggi.)

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Pensi anche ad un'applicazione delle idee che contiene lo stand, per esempio quella dei tendaggi e del muro? Cioè, potrebbe diventare un prototipo?
Secondo me sì. Pensiamo all'enorme quantità di materiale lapideo di scarto: può diventare una parete divisoria, un muro a secco, un elemento di arredo. Inoltre, aumentando lo spazio tra un elemento e l'altro si può aumentare la trasparenza. Ma il valore di questo progetto non è tanto l'idea di creare un muro di questo tipo, quanto il fatto che si tratta di scarti. Non è più uno stand in cui l'azienda spreca del materiale pregiato utilizzandolo poi per soli 4 giorni.

Immaginiamo che questo impiego innovativo della pietra nasca, oltre che dalla creatività, anche da un tuo particolare percorso professionale e da un inconsueto approccio al progetto...
Io tendo da utilizzare i materiali in maniera molto agile, per esempio usando il legno dove non dovrebbe starci, o meglio, dove di solito non ci si aspetta di trovarlo , diciamo, quindi, in maniera non convenzionale (ma vale anche per i metalli, per la pietra ecc…). Naturalmente cerco di approfondire molto la conoscenza del materiale, proprio perché ne promuovo un impiego diverso, a volte estremo. E' una ricerca continua che porta a mettere continuamente alla prova un materiale. Mi arricchisce a mi fa divertire perché stimola la mia creatività, ma ci tengo a sottolinerare che per far ciò bisogna partire dalla conoscenza del materiale, necessaria per capire come si comporterà, se subirà deformazioni, etc.

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Quali sono secondo te le potenzialità inespresse della pietra?
Beh, sto lavorando a un libro sull'argomento. Spesso l'architetto tratta la pietra come un materiale qualunque. Molti non hanno cognizione di come venga prodotta un lastra di pietra. E' l'unico semilavorato finito che esce direttamente dalla produzione, dalla cava. Gli architetti sottovalutano il ruolo della pietra nei progetti. La pietra non va intesa come elemento incollato alla fine, ma come elemento integrante del progetto. Invece spesso c'è chi la impiega in una logica di pavimentazione 30x60 e basta, quindi come semplice lastra da applicare, quasi fosse una piastrella in gres. Non c'è nessun tentativo di valorizzarla e spesso un impiego di questo tipo rischia anche di banalizzare spazi pregiati. La pietra quindi va sempre considerata in una logica di metaprogetto, altrimenti è meglio applicare l'intonaco.

Altri progetti interessanti a cui stai lavorando? Ci parli della tua attività?

Sto facendo il dottorato all'università di Udine, ho collaborato per 7 anni con l'Università di Venezia occupandomi di composizione architettonica. A Udine collaboro in corsi di progettazione e in corsi di tecnologia, in particolare con la prof.ssa Christina Conti, ricercatrice con sto collaborando alla redazione del libro sulla pietra arenaria, a cui ho accennato prima. Per me non esiste la composizione senza la tecnologia e viceversa, invece a volte nel mondo accademico sono due mondi paralleli. Nella realtà si incrociano; ritengo indispensabile per un architetto non essere carente in nessuna delle due discipline, altrimenti correrebbe il rischio di limitare la propria composizione a discapito della qualità e dell’innovazione dell’opera stessa.
Ho un mio studio con 5 collaboratori. Non ci occupiamo di una solo tipologia di lavori, facciamo ville, microcase, opere pubbliche, interventi urbani, allestimenti di negozi, mostre. Ho appena concluso l'allestimento della biblioteca nazionale e del museo antropologico nazionale nella capitale N'Djamena in Ciad; sto progettando una albergo a Corfù ma anche un piccolo bar di paese da 32 metri quadri.

di Laura Della Badia e Valentina Valente